La nostra missione

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Uno potrebbe chiedersi:
cosa vuol dire lavorare per una musica indipendente e giusta?

Il discorso è impegnativo, potrebbe essere lungo, quindi noioso e inaffrontabile da seguire per molti. È possibile sintetizzarlo, per fare un po’ di chiarezza sulle finalità di Slow Music.

Da più di 30 anni è in atto una grandiosa concentrazione di potere nel sistema musicale mondiale, nell’industria discografica e in quella della musica dal vivo. Sono ormai rimaste in tre le major discografiche: Universal Music Group (UMG), Warner Music Group (WMG), Sony Music Entertainment (SME). Idem per le edizioni musicali.

La musica dal vivo è in mano a grandi gruppi multinazionali: Live Nation, Cts Eventim, AEG Presents. Che concentrano anche società di management e servizi di biglietteria (Ticketmaster, TicketOne, ecc.), promoter, festival, database di fan club, venues con le relative concessioni di food&beverage e parcheggi, società di merchandising e altro.

In questa straordinaria concentrazione, praticamente un killer della concorrenza in un mercato libero, è difficilissimo rimanere vivi e attivi come indipendenti. Come ha più volte affermato negli ultimi anni il Presidente di Slow Music, Claudio Trotta (fondatore di Barley Arts): “L’indipendenza è un punto di arrivo, non di partenza”. La questione però è che oggi è molto difficile (tranne eccezioni che confermano la regola) trovarlo questo punto di partenza, per tutti quelli che svolgono attività creative, musicisti, artisti in genere, poi organizzatori, promoter, maestranze dello spettacolo, ecc.

La concentrazione in atto crea pure una sorta di cartello dei prezzi (uniformati, con alcune differenze tra i diversi mercati): prezzi dei biglietti sempre più alti, musica, suoni sempre più omogeneizzati, tutti uguali, piatti, unico fine il successo (di pubblico ed economico), attenzione concentrata solo sui grandi numeri, sulle grandi produzioni live, in una gara a chi ce lo ha più grande, potente e bello, fenomeno che chiaramente colloca il prezzo minimo di un biglietto di un grande evento a livelli molto alti.

Questo sistema uccide l’indipendenza (artistica, discografica, organizzativa), abbassa la qualità e contrasta la diversità dei suoni, impedisce la crescita e lo sviluppo di nuovi artisti e progetti, non per forza alternativi. Mette a grande disagio il pubblico, lo diseduca all’ascolto, non consente la partecipazione ai concerti di molti appassionati che non hanno risorse economiche sufficienti per partecipare anche a concerti, rassegne e festival meritori che hanno prezzi dei biglietti più che accessibili e che sono spesso prodotti e promossi al di fuori delle grandi città metropolitane.

La situazione attuale

Così la musica è destinata da molti anni a soffrire, fino a morire, con la conseguenza di limitare la creatività e la cultura musicale. Il pubblico perde diversi punti di riferimento utili per comprendere che non esiste solo il mainstream, ma esistono anche tanti altri suoni e che oggi bisogna essere curiosi e molto intraprendenti per andarseli a cercare.

L’impresa non è semplice: i costi sono comunque troppo alti, dopo il Covid, alla ripresa dei concerti, della musica dal vivo, quando ci si aspettava una sorta di miglioramento generale della situazione, un maggiore senso dell’equilibrio e del rispetto, una rinnovata attenzione anche alle esigenze del pubblico, alle condizioni dell’offerta, agli spazi che ospitano i concerti, si è creata invece una bolla che ha sì moltiplicato le occasioni, in parecchi territori, ma contemporaneamente ha spropositatamente innalzato costi artistici e tecnici, insieme alle esigenze economiche degli organizzatori e degli artisti (questi ultimi negano sempre, ma sono spesso conniventi).

La posizione di Slow Music (dal lontano 2018!)

Tutto ciò Slow Music non lo ritiene giusto: non è sostenibile, non garantisce a tutti (artisti e pubblico) l’ascolto, l’accesso all’attività a livello professionale, con un periodo di gavetta corretto per imparare ad ascoltare e ad esibirsi credibilmente dal vivo. Credibilmente vuol dire suonare realmente dal vivo, avere sviluppato talento e repertorio, presenza sul palco e rapporto con il pubblico. Il pubblico il più delle volte finisce per trovarsi in condizioni disagevoli, costretto in spazi al di sotto delle condizioni minime necessarie, dopo aver pagato profumatamente un biglietto.

Il pubblico è spesso ridotto a numero, è andata persa l’umanità e la consapevolezza dello stare insieme nella gioia.  Tutto ciò è il frutto di una ricerca della massimizzazione dell’incasso, dell’utile, per l’ennesimo sold out più sold out di tutti, alla faccia di chi ha acquistato il diritto di partecipare, di divertirsi e di stare comodo.

Negli anni Sessanta e Settanta la musica ha contribuito all’evoluzione della società nel mondo occidentale, gli artisti offrivano contenuti, molto diversi fra loro, stimoli, indicavano spesso una via. 

Negli ultimi 50 anni questo significato la musica lo ha perso progressivamente, per arrivare al presente fatto principalmente di puro intrattenimento, frequentemente senza contenuti, in spettacoli dal vivo spesso neanche suonati ma essenzialmente preregistrati. Questo, sia chiaro, non vale per tutti i live (per fortuna!), ma per molti è la cruda realtà dei fatti, a volte persino dichiarata! Com’è possibile chiamare questi spettacoli “concerti dal vivo”?

La politica, da sempre interessata all’esercizio del potere, non ha mai guardato con attenzione a questi problemi: in certe nazioni (per esempio in Francia) alla musica e in generale alla produzione artistica e culturale, è stata dedicata maggiore attenzione. In Italia no.

La legge sulla musica e gli spazi per i concerti dal vivo

Di una nuova legge sulla musica si parla da più di 35 anni, del codice dello spettacolo si parla da tanti anni ma ancora non è giunto alla formulazione definitiva e all’approvazione. Il Ministero della Cultura esiste, come quello del Turismo (tutto lo spettacolo dal vivo è un ottimo volano per il turismo nel nostro Paese), ma non si è fatto mai abbastanza, né a destra, né a sinistra. Dal secondo dopoguerra la politica si è affannata spesso a dichiarare che il nostro patrimonio culturale (stranoto) è il petrolio dell’Italia. Eppure non è successo quasi nulla!

Quanti nuovi spazi per lo spettacolo dal vivo sono stati costruiti negli ultimi 25-30 anni in Italia?

Al contrario, quanti spazi piccoli e medi, locali, teatri, cinema hanno chiuso, cambiando destinazione, soprattutto a Milano, dove non esiste alcun vincolo sul cambio di destinazione d’uso di cinema e teatri?

Quanti soldi dovete spendere per andare a vedere e sentire un concerto in Italia? Vedere e sentire, non vedere e sentire poco e male, a 30-50-70 m di distanza dal palco. 

Chi ve lo fa fare? E quali servizi trovate? Parliamo di servizi igienici, ristorazione, parcheggi, trasporti. Parliamo di spazio a disposizione in platea, in piedi, ma non tutti stretti come sardine, ammassati.

Andare a un concerto dev’essere un piacere (a pagamento, a una cifra giusta), un divertimento, un momento di condivisione, emozione, gioia; non dev’essere una fatica immane, una tortura, non dev’essere un’estorsione. Non è possibile che un biglietto molto ambito venga messo in vendita ufficialmente a una certa ora, e al di là del numero di accessi alla piattaforma della biglietteria, dopo pochi minuti risulti già esaurito… ma vi ritrovate con biglietti maggiorati, anche di molto, sui siti di secondary ticketing e con prezzi flessibili e oggetto di dynamic pricing sui siti ufficiali.

Ma vi sembra normale?

È normale solo per chi organizza e controlla questo sistema. Non per quella consistente parte di  pubblico che ha subito un’evidente mutazione post-Covid e che continua a partecipare, ad acquistare biglietti (il diritto d’ingresso a un concerto) a prezzi esorbitanti, per poi protestare, lamentarsi di tutta una serie di cose che non vanno senza mai agire in forma consolidata e ufficiale per fare pressioni perché le istituzioni prendano provvedimenti seri per cercare di contrastare l’andazzo.

Come reagire?

La reazione più giusta (rinunciando alla gioia di assistere a uno spettacolo) sarebbe rifiutarsi di acquistare il biglietto. Sciopero del pubblico: finché non abbassate la cresta e cominciate a pensare a concerti a misura d’uomo noi non partecipiamo, non compriamo più biglietti, ai concerti non ci veniamo!

Questo è solo un piccolo concentrato per spiegare quali obbiettivi si pone l’associazione Slow Music sin dalla fondazione. Non salveremo il mondo, ma quanto meno ci poniamo domande che riteniamo fondamentali per il bene della musica (e per il nostro lavoro), per la gioia di godere dei suoni di un bel disco o di un bel concerto.

E sarebbe molto bello se su questi argomenti riflettessero in tanti, almeno tutti gli ascoltatori delle piattaforme di streaming e il grande pubblico dei concerti, oppure quelli che ancora ascoltano la radio, che a parte rare eccezioni ha una programmazione musicale piatta, omogeneizzata, che esclude gran parte della produzione musicale. I media sono in parte responsabili di questa situazione, fatta di molta superficialità e manifesta ignoranza, perché non approfondiscono più certi argomenti, non concedono spazio alla musica e a quello che la circonda; quando lo concedono sono tutti appiattiti sugli stessi argomenti, con gli stessi commenti, privi di una visione a 360°. 

Stampa, radio, televisione, siti web, blog: tutti (o quasi) allineati.

Si parte sicuramente da queste considerazioni, se ci si crede, per cercare di cambiare qualcosa.